
Il presente è interessante, ma il passato può nascondere storie che non sono ancora state raccontate. In che modo la vita dei singoli, con le loro storie e passioni, si è intrecciata ai principali eventi storici? La 2Tuaf ha provato a immaginarlo, dando vita a storie private che, in qualche modo, si sono inserite nel tessuto della storia e lì hanno preso consistenza. Per esempio, cosa vuol dire innamorarsi ai tempi del Sacco di Roma? Cosa vuol dire provare sete di vendetta in una corte medievale? La 2Tuaf ce lo racconta, mischiando passione, intrighi e inconsolabili perdite…
Il racconto di Khalati Malak e Ingrosso Alessia Chantal:
Nel lontano anno 410 D.C – dopo che i Visigoti misero in subbuglio l’Impero romano, saccheggiando le grandi città e lasciando dietro di sé distruzione e disperazione – nel colle Aventino viveva una bellissima fanciulla di nome Penelope, che apparteneva a una prestigiosa famiglia nobile. Nonostante la tensione causata dai conflitti, lei non si faceva abbattere dal malcontento della città, difatti cercava di aiutare il più possibile chi si trovava in difficoltà, anche trasgredendo le regole della sua famiglia. In questi quartieri lei era vista di buon occhio data la sua infinita gentilezza e solarità, tra questi quartieri quello che lei visitava più spesso era Subura, un quartiere vivace ma malfamato.
Qualche settimana prima del suo diciottesimo compleanno, suo padre la convocò per comunicarle una sconvolgente notizia: le disse che lui e la madre avevano selezionato con cura lo sposo ideale per il matrimonio combinato che si sarebbe svolto ai 18 anni di Penelope, come di consuetudine veniva fatto dai patrizi del tempo. Quel giorno, sorpresa dalla notizia, scappò dalla sua amica Flavia, una ragazza che incontrò nel quartiere di Subura e che la ospitava di frequente a casa. Ma quanto Penelope arrivò sulla soglia della porta fu sorpresa nel trovare solo il fratello dell’amica a casa.
Non avendolo mai visto prima, lei rimase affascinata dalla bellezza del ragazzo, che quando la notò le porse un sorriso gentile e innocente per poi invitarla ad aspettare Flavia insieme a lui. Durante l’attesa scoprì che lui si assentava spesso per aiutare i bambini colpiti dai saccheggiamenti. Lei rimase talmente abbagliata da tale altruismo e gentilezza che non si accorse dell’arrivo della sera e del fatto che sfortunatamente doveva tornare a casa. Nei giorni successivi lei e Iulius, il fratello di Flavia, continuarono a vedersi e ad entrare in sintonia, tanto che a momenti Penelope si dimenticò dell’ avvicinarsi del matrimonio. La settimana prima del suo diciottesimo compleanno, Penelope prese coraggio e andò a confessare i suoi sentimenti a Iulius, gli disse anche che si sarebbe sposata dopo aver compiuto diciott’anni. A quel punto Iulius non la lascio andare e le promise di farle passare la settimana più bella della sua vita.
Nel frattempo a casa il padre aveva iniziato a notare la frequente assenza della figlia, perciò inviò dei maggiordomi a spiarla, seguendo il suo istinto. Facendo questo scoprì che la figlia si vedeva con un plebeo e si infuriò come non mai e in preda alla rabbia mandò, all’insaputa della figlia, delle guardie per far uccidere il ragazzo. Una volta arrivati lì, attraverso la corruzione le guardie convinsero dei plebei ad assassinare Iulius con un loro pugnale per non destare sospetti.
Il giorno dopo, quando Penelope volle annunciare la fantastica notizia della gravidanza a Iulius, lo vide steso nel letto ricoperto di sangue. Lei rimase sconvolta e, addolorata dalla scena, scappò a casa. Passando per i corridoi della grande villa, origliò una conversazione tra il padre e le guardie, nella quale gli chiedeva se avessero completato il compito di ammazzare Iulius. Quando la conversazione finì lei, avendo capito che era stato il padre a far ammazzare il suo vero amore, scappò lontano da Roma e per far soffrire i genitori finse la sua morte con un terribile suicidio.
—DIECI ANNI DOPO—
“Quindi mamma la storia finisce così?” chiese il pargoletto Iulius II.
“Purtroppo la piccola Penelope non riuscì a vivere la sua vita con il suo vero amore, ma trovò qualcun altro che la rese felice. Anche tu un giorno renderai la vita felice a qualcuno…”, disse Octavia (il cui reale nome era Penelope).

Il racconto di Fiore Diletta:
Flaminia era bellissima, una di quelle ragazze che solo una volta nella vita incontri. Aveva gli occhi color mare, ma non quel mare profondo, scuro, intenso, bensì simile al colore della parte chiara del mare, quella che si trova vicino la spiaggia, lì dove trovi l’acqua limpida e delicata, caratterizzata dai toni chiari e leggeri. Possedeva dei lineamenti molto dolci e una bassa statura, che donavano l’impressione che fosse una bambina. Aveva, inoltre, un naso piccolo e dritto che si abbinava perfettamente alla sua faccia, ma la sua fanciullezza veniva spezzata dalle labbra carnose, che davano l’impressione di essere sempre truccate, a causa del loro colore rosso sangue, infine i suoi capelli dorati e dalle sfumature ramate le incorniciavano il viso, risaltando la sua inebriante bellezza. La fanciulla aveva appena compiuto 17 anni di età, ci furono grandi festeggiamenti per lei data la sua posizione sociale, ovvero, apparteneva a una famiglia di patrizi molto rispettati in società, una di quelle famiglie perfette che possedevano tutto ciò che gli veniva in capriccio. Il giorno del suo compleanno le vennero dati in regalo dei libri. I suoi maestri le avevano trasmesso la passione della scrittura e della lettura fin da quando era piccola, per questo rimaneva spesso in casa e solo quando era obbligata dai suoi genitori usciva per partecipare alla vita sociale. Una mattina si recarono tutti insieme al Colosseo per godersi uno dei giochi che avrebbero portato come spettacolo quel giorno. Nei loro posti d’onore si trovavano l’imperatore Teodosio I, accompagnato come solito dai suoi figli, con l’unica differenza che per la prima volta Flaminia aveva avvistato il suo primo figlio, ovvero, Onorio, che raramente accompagnava il padre a questo tipo di eventi. Anche Onorio notò Flaminia e ne rimase totalmente abbagliato, come il sole che entra nella stanza e ti colpisce con il suo calore e la sua luce, appena aprono le tende. Non aveva mai messo gli occhi su nessuna ragazza come li aveva messi su di lei, era ormai abituato a tutte le ragazze che gli stavano ai piedi e gli facevano gli occhi persi innamorati, dalle più belle alle più brutte, le più ricche e le più povere nessuna esclusa, ma per lui, lei aveva qualcosa che gli scatenava una tempesta nel petto, magari per la sua bellezza indimenticabile, insormontabile. Flaminia si sedette tra sua madre e la sorella più piccola e, per caso, i posti che avevano preso erano esattamente dinanzi alla seduta dell’imperatore, dall’altro lato dell’arena. Ella non ci fece tanto caso, così si godette tutto lo spettacolo, ma per Onorio fu diverso. Lui la osservò tutto il tempo senza distaccare lo sguardo da lei, in realtà non si ricordava nemmeno più di trovarsi al Colosseo per vedere uno spettacolo assieme alla sua famiglia. I giochi terminarono, così si alzarono tutti per dirigersi alle uscite, Flaminia si teneva a braccetto con la madre Ottavia, furono tra le prime ad uscire, mentre il padre Quinto era ancora indietro con il resto della famiglia. Onorio disse al padre che sarebbe arrivato a casa il prima possibile ma che prima doveva svolgere un compito, egli glielo consentì e si diresse verso il palazzo congiuntamente con i suoi fratelli, così Onorio corse fino all’uscita in cui si era recata Flaminia e notò che era sola, la madre era tornata indietro dal padre per dirgli un programma da lei organizzato.
Non perse tempo, la approcciò con: “Matrona dove si trova colui che vi accompagna oggi?”. Ella rispose con tono gentile ed educato come era suo solito fare: “Mio signore, io non sono una matrona, non posseggo un marito infatti, mi sono recata qui con la mia famiglia”. Stupito ma allo stesso tempo contento Onorio disse: “Una fanciulla così graziosa non è accompagnata? Che ingratitudine che hanno gli uomini di oggi, sapete io se vi avessi vista prima vi avrei chiesto sul momento la vostra mano”. Ella sorrise arrossendo, facendo spuntare anche le sue fossette: “Siete molto gentile, ma voi siete il figlio del nostro imperatore, non competo con nessuna delle vostre prescelte pretendenti signore”. Egli fece uscire una smorfia provocatoria: “Infatti voi siete immensamente migliore”. Lei accennò un piccolo sorriso nascosto: “Ora devo raggiungere la mia famiglia per arrivare a casa, le auguro una buona giornata mio signore”, disse finendo con un abbassamento della testa in segno di rispetto. “Vi prego di dirmi prima quando potrò rincontrarvi”, disse lui con tono preoccupato. “Non vi preoccupate, mi vedrete ad un altro di questi giochi, oppure potreste trovarmi nei giardini a leggere…”. Gli occhi di Onorio si illuminarono: “Spero di rivedervi in fretta, arrivederci”. Ella sfoggiò il più bel sorriso e si recò vicino la sua famiglia. La bella Flaminia due settimane dopo andò ai giardini per riposarsi e leggere un libro nella natura, lì, incontrò “per sbaglio” Onorio, che dal giorno in cui la incontrò, si è recò continuativamente in quei giardini con la speranza di avvistarla e poterle rivolgere di nuovo parola. “Che casualità, vi trovate qui anche voi” disse lui. “Salve, non pensate anche voi che sia una splendida giornata? Io adoro le mattinate come questa, sono le più serene e si ha la possibilità di ascoltare gli uccellini che cantano con il fruscio dell’acqua del laghetto come accompagnamento”. “Effettivamente devo ammettere che è bello qui ma, mai quanto voi signorina”. Lei sorrise e aggiunse: “Non è che “per caso” siete venuto qui più spesso di un solo giorno?”. Lui si stupì e disse: “Beh, forse mi avete beccato, ma non voglio sottrarmi alla possibilità di godere della vostra bellezza, poi volevo scoprire il vostro nome, non me lo avete rivelato la scorsa volta che ci siamo incontrati”. Lei sorrise e le spuntarono le rughe vicino agli occhi da quanto li aveva chiusi nella gioia: “Avete ragione, scusate la maleducazione, il mio nome è Flaminia”. “Nome meraviglioso, all’altezza della ragazza che lo possiede”. Lei arrossì: “Mi state facendo davvero tanti complimenti, vi ringrazio, nonostante non sia la ragazza più bella dell’impero, e ve lo ripeterò non sono abbastanza qualificata come le altre ragazze che vi svolazzano intorno, io sono più una che sta per le sue e pensa alla famiglia”. “Ed è proprio per questo motivo che sono rimasto ammaliato da voi, dai vostri occhi, dal vostro sorriso, anche solo dal modo in cui camminate e respirate, date aria buona e profumata ai posti in cui vi recate con il vostro respiro”. Con queste ultime parole di Onorio, ella si ritrovò particolarmente presa e contenta della sua compagnia in quell’istante, così decise di proporgli di stare lì seduto vicino a lei, lui acconsentì e ella gli lesse il libro che aveva tra le mani. Onorio non sentiva più una parola di quelle che stavano uscendo dalla sua bocca, era perso nei suoi occhi color mare, e nel muoversi della sua bocca, la guardava e non smetteva, si era incantato come la prima volta che la vide al Colosseo. Si fece tardi, i due si salutarono e lui propose a lei: “Che ne dite di venire a conoscere l’imperatore in persona domani?”. Lei uscì perplessa da questa domanda, ma rispose garbatamente con un: “Mi farebbe piacere”. Poi se ne andò. Arrivata a casa raccontò tutto alla madre che rimase sconvolta e le disse: “Flaminia domani ti accompagnerò e verrà anche tuo padre, non puoi fare delle figuracce davanti all’imperatore, chissà che non ci dia più terreni da coltivare”. Ella rispose scocciata: “D’accordo, non farò fare brutta figura a nessuno, però devo dire che il figlio dell’imperatore mi ammalia particolarmente, pensa che mi ha aspettata ogni giorno ai giardini, solo per potermi parlare di nuovo”. “È una cosa molto bella figlia mia, però rimane il figlio dell’imperatore e sarà lui e solo lui a decidere se sposarti o meno, tu non hai potere in questo”. La madre se ne andò a cucinare e Flaminia andò in camera sua leggermente rattristata, pensò di non essere all’altezza e che Onorio era troppo per lei. La notte passò insonne per Flaminia, ma arrivò presto il giorno, così si alzò, si preparò e andò al palazzo. L’ansia le scorreva per tutta la schiena, tale da darle una scossa sul collo, prima che si spalancarono le porte per incontrare l’imperatore, prese un respiro profondo e si calmò. “Siete arrivata finalmente, non vedevo più nulla dalla voglia che avevo di rincontrarvi meravigliosa Flaminia”. Onorio l’accolse calorosamente e poi notò i suoi genitori: “Mi dovete scusare, voi sarete i genitori di Flaminia, è un piacere per me e per mio padre conoscervi”. I suoi genitori si inchinarono e la madre rispose: “Buon giorno altezza il mio nome è Ottavia, mentre mio marito si chiama…”. Lui la interruppe con: “Quinto, il mio nome è Quinto, altezza”. Onorio con un sorriso come mai si era visto disse: “Benvenuti, e a lei Quinto se posso vorrei parlare privatamente, in disparte”. Il padre fece cenno con la testa di sì e si recarono nella sala da banchetti. Nel mentre Flaminia e sua madre vennero accompagnate dall’imperatore che le accolse seduto sul trono ed esordì con: “Benvenute, tu devi essere Flaminia mentre, il suo volto mi è nuovo”, la madre si inchino assieme alla figlia e disse: “Maestà io mi chiamo Ottavia e sono la madre di Flaminia, vi ringrazio a nome mio, di Flaminia e di mio marito di averci accolti tutti qui oggi”. L’imperatore disse: “Non è grosso problema per me, soprattutto se mio figlio ha scelto la sua sposa”. Flaminia diventò tutta rossa, si sentiva come se non avesse più fiato nel suo corpo e non potesse nemmeno prenderlo, la stessa sensazione di star annegando sott’acqua. Nell’altra stanza, intanto, c’erano Quinto e Onorio che discutevano.
Onorio aveva rivelato al padre di Flaminia che aveva l’intenzione di sposarla e farla diventare la donna della sua vita, gli raccontò di quanto rimase rapito da lei e dal suo sguardo, e il padre non poté dire altro che: “Mia figlia è davvero una brava ragazza, delicata, rispettosa, con tanti talenti e soprattutto si preoccupa della famiglia e della casa anche se è presente mia moglie che pensa a ciò, per questo non rimango stupito se voi siete innamorato di lei, perciò penso che avrà una vita degna qui con voi e ve la concederò a patto che ci diate più terre e schiavi”. Onorio acconsentì e, successivamente, raggiunsero gli altri. Intanto Flaminia si era ripresa e aveva mangiato dell’uva e bevuto del vino, l’imperatore l’aveva vista sbiancare e si preoccupò di farle avere il necessario dai suoi servitori. Erano riuniti tutti al tavolo della cena, mancava solo una persona, la madre di Onorio. Ella non era una persona molto socievole e non le stava a genio il fatto che suo figlio si volesse sposare con una donna del popolo e non, invece, con una figlia di un imperatore. La cena prosegue bene e le famiglie si conoscono. Alla fine del pasto Onorio e Flaminia rimangono soli e mentre parlano di come abbiano passato bene la serata, lui le dà un bacio sulla bocca, ed è come se le loro labbra fossero fatte l’una per l’altra, nell’atto del bacio si muovono leggiadramente insieme, si intrecciano fin quando non arriva la fine, dove si staccano lasciando la loro scia umida e pare quasi che gli manchi un pezzo dopo quel bacio. Flaminia è rimasta senza fiato né parole da emettere, ha la faccia dello sconvolgimento. Riesce a riprendersi solo quando Onorio, che aveva la mano poggiata sulla sua soffice guancia destra, l’accarezza con dolcezza mettendole i capelli dietro l’orecchio. Lui le sorride e lei ricambia, si guardano negli occhi senza dire nulla, stando semplicemente in silenzio l’uno davanti all’altra, stanno in quel silenzio in cui puoi dire ed udire mille parole, provare molteplici emozioni e sensazioni diverse, le loro mani nel mentre sono intrecciate e strette, che si riscaldano tra di loro, per finire poi, per lasciarsi andare e guardarsi fino al momento in cui lo sguardo non arriva a scrutare più. Da quella esperienza Onorio capì che Flaminia era quella giusta ed era pronta a diventare sua moglie, stessa cosa capì Flaminia e si sentì finalmente all’altezza. I giorni consecutivi andarono bene, si incontravano quasi tutti i giorni, passavano sempre il tempo insieme, la sera guardavano le stelle nei giardini, mentre lei gli leggeva una favola e lui si accoccolava ogni volta, stretto alle sue docili braccia. L’unico problema era ormai la madre di Onorio, ovvero Elia, che non era d’accordo con tutto ciò.
Onorio non vide più sua madre, lei non voleva degnargli di uno sguardo. Un giorno egli decise di prendere coraggio e andare finalmente a convincere sua madre con la loro storia d’amore, entrò nella sua stanza e disse a tono basso: “Madre, ti prego di ascoltarmi, questa ragazza che tu tanto non vuoi diventi mia sposa, non è il diavolo, non è una vergogna, lei ha tante capacità che tutte le altre donne che mi girano intorno non posseggono, e so che io non sarò mai felice con un matrimonio fatto per tuoi scopi d’impero”. Lei non diede cenno di vita, era seduta davanti al suo letto, davanti aveva un tavolino, con un pasto e… stranamente un pugnale. Onorio non lo notò, infatti non si preoccupò, le disse: “Va tutto bene?”. La madre si alzò di scatto impugnando il pugnale, si avvicinò al figlio e disse: “Tu sposerai la figlia dell’imperatore che scelgo io e se avrai il coraggio di dissentire, ti infilerò questo pugnale dritto nel petto, e non rimpiangerò di averlo fatto, ma semplicemente di averti messo al mondo”. Onorio sbiancò, non seppe più cosa fare, preso dal panico uscì dalla stanza e chiuse la madre dentro, non permettendole più di uscire. Da quel giorno la madre non uscì più e le cose andarono bene. Arrivò finalmente il giorno del matrimonio, senza le pressioni della madre Elia. Flaminia era agitata come mai prima d’ora, pensava a come sarebbe stato vivere insieme nel palazzo, quali compiti le sarebbero spettati, cosa avrebbe dovuto fare. Non che sarebbe cambiato eccessivamente, possedeva già degli schiavi per via della sua posizione sociale, ma ugualmente non sapeva cosa l’aspettava. Era pronta a sposarsi, dall’altra parte Onorio era contento, non aveva nemmeno un briciolo di preoccupazione o paura, voleva solo rendere Flaminia sua moglie e passare il resto delle loro vite insieme, a sognare, viaggiare, leggere libri insieme e finire col fare tanti figli che avrebbero avuto gli occhi meravigliosi della sua amata. Si videro lì e si ritrovarono faccia a faccia, con le mani unite e le bocche che tacevano, erano tornati con la mente a quel momento in cui tutto taceva, ebbero l’impressione che attorno a loro non ci fosse nessuno, si guardavano negli occhi, lei che era minuta e lo guardava dal basso all’alto, pensando a quanto era possente e prezioso. Rivisse tutti i momenti in cui lui l’aveva adorata, in cui la faceva sentire l’unica donna esistente nell’universo intero, le faceva capire che la sua bellezza era imparagonabile. Lui la vedeva con quegli occhi grandi, spalancati, che cercavano di arrivare in alto per vedere dal basso. La desiderava, l’aspettava, la sognava, era colei che sarebbe diventata la sua ragione di vita per il resto dei suoi anni, non poteva credere di essere lì in quell’istante con lei, la ragazza che qualche mese prima vide al Colosseo e non riuscì a distogliervi lo sguardo di dosso. Era un momento speciale, fin quando l’abito di Flaminia non si dipinse di rosso. Il colore luminoso dei suoi occhi si trasformò in un grigio smorto, senza sapore né emozione, Onorio era pietrificato, le sue mani mantenevano quelle di Flaminia che cadeva piano piano davanti a lui, la visse come se tutto il mondo si fosse fermato e fosse rallentato. Ormai Flaminia era a terra. Non respirava più, la sua bocca era rimasta spalancata dallo stupore, con le labbra che prima erano rosse ed ora erano diventate viola. Quando Flaminia cadde, spuntò dietro di lei, la madre di Onorio con lo stesso pugnale che aveva mostrato al figlio al loro ultimo incontro. Onorio non riuscì a gestire la situazione così prese il pugnale dalle mani della madre e si uccise, cadendo affianco alla sua dolce amata.

Il racconto di Lisci Zofia Francesca:
Il mondo che ci circonda fin dai secoli dei secoli è un mondo in cui tutto quello che succede non è destino ma conseguenza di atti. Anche i problemi che ci pone la vita sono solo conseguenze. Il modo in cui la gente ti guarda, il modo con cui pensa di te sono solo conseguenze. Le piante, gli animali, le persone che ci circondano rimangono con noi per conseguenza.
Il dizionario evidenzia la definizione di conseguenza come “conclusione dettata logicamente da una premessa”, quindi tutta la nostra vita è una conclusione dettata logicamente dalle nostre scelte, decisioni che noi compiamo nell’arco di tempo in cui viviamo. Difatti questa storia parla di una ragazzina proveniente da un’importante famiglia patrizia.
Una ragazza, bellissima agli occhi di tutti. Lei però voleva essere sempre invisibile, gli sguardi aumentavano solo il suo disagio. Lei non voleva essere importante, voleva essere una comune mortale, perfino schiava, pur di evitare quegli sguardi pervertiti. Nessuno aveva osato toccarla, nessuno le chiedeva un ballo ai banchetti, nessuno interagiva con lei per più di cinque minuti. Perché? La risposta è semplice. La gente aveva paura. Esatto paura delle conseguenze dei suoi atti. Perché la ragazza non era a conoscenza di una cosa importante. Lei aveva un protettore, un nobile. Non un nobile qualunque, il suo angelo custode era il re. Forse era meglio definirlo Diavolo custode, a causa del suo cuore di ghiaccio. Lui era un angelo caduto, diventato cattivo, non per volontà, ma per conseguenza di atti eseguiti contro di lui.
L’uomo si doveva decidere in fretta, c’erano altri corteggiatori che non aspettavano altro di sposare e possedere con tanta gelosia quel diamante. Il loro amore era sbocciato al banchetto presidiato da lui per presentare la futura regina. A Melodia, così si chiamava la ragazza, era bastato un solo sguardo per capire il motivo per cui si trovava proprio di fronte al re quel giorno. La ragazza aveva sempre definito, nella sua testa, il re come un uomo delle caverne, possessivo, geloso di quello che apparteneva a lui. Per non parlare del fatto che per la ragazza il re era un uomo scorbutico e viziato. Però Melodia non sapeva la storia del re e mai si sarebbe immaginata che, partecipando a quella cena, avrebbe conosciuto il suo amore eterno, con cui avrebbe passato il resto della sua vita. Un gesto, una decisione, e tutto quello in cui credi va in frantumi.
Ormai era passato un anno o quasi da quella cena. Melodia aveva capito molte cose in quel lasso di tempo: prima di tutto ai suoi genitori non importava nulla di lei. Infatti dopo il matrimonio non ha mai ricevuto lettere o altro che la informassero sulle condizioni della famiglia o per lo meno dei suoi genitori. D’altro campo aveva capito che pian piano il soffocamento che sentiva all’altezza del cuore quando guardava il re, poteva significare solo una cosa: era innamorata. Il sentimento ovviamente era ricambiato anche dal Re, di questo la ragazza ne era sicura al cento per cento. Difatti il Re, ogni volta, che la incontrava le ripeteva sempre: “Bellissima come sempre, mia cara” , “Melodia, un nome così unico, quanto te”, “Un donzella così galante, sempre con il sorriso, proprio quel sorriso che mi ha fatto innamorare”. Ogni volta che Augustolo manifestava le sue emozioni con queste frasi, la ragazza si imbarazzava, aumentando il rossore delle sue guance. Ed era proprio questo che il Re amava di lei, la naturalezza. Inoltre egli vantava l’effetto che faceva alla ragazze, ma con Melodia era diverso. Tutto quello che diceva lo pensava veramente, in più non aveva bisogno di corteggiarla perché era già sua. Il tempo libero, Augustolo lo passava osservando la sua Regina, giocando con lei, corteggiando la sua amata oppure parlandole per sentire la sua voce soave.
C’erano già stati dei saccheggi in quel mese e la tensione riecheggiava nell’aria, e questo la ragazza lo sapeva. I visigoti erano arrivati fino al tempio, avevano ucciso tutte le persone che si trovavano nella loro strada. Melodia tremava, aveva paura di quello che poteva succedere. Per fortuna era presente suo marito, egli le ripeteva: “Andrà tutto bene”, “Non ti succederà nulla”, “Grossi respiri, mia cara”. Mentre salivano sulla torre scortati dalle guardie più fidate, il re teneva ben salda la sua Regina, per paura che potesse essere l’ultima volta. Non si sa come, ma i Visigoti riuscirono a trovarli. Il capo dei barbari impugnava un pugnale indirizzato contro il re. Nel mentre i suoi fratelli tenevano stretta Melodia, per paura che scappasse. “Per favore, prendete me, lasciatelo stare, vi supplico, farò qualsiasi cosa vogliate, ma vi supplico” pronunciava queste parole mentre le lacrime sorgevano il suo viso. “Smettila, Melodia, stai tranquilla, non succederà nulla”. Augustolo odiava vedere la sua amata piangere, riteneva che quel viso angelico non fosse fatto per le lacrime.
In qualche modo, Melodia riuscì a liberarsi andando così incontro al re e al barbaro. E così quando vide che il barbaro aveva intenzione di attaccare Augustolo, proprio il re si lanciò verso di lui. A primo impatto, la ragazza sentì delle voci ovattate, visi sfocati, forse a causa del pianto, e sentiva sempre di più in lontananza il suo nome. Augustolo era pronto alla pugnalata ma quando aprì gli occhi, pensò di trovarsi all’inferno. La sua amata era lì immobile, davanti a lui. La prese prima che cadesse per terra. Cercava invano la ferita per tamponarla, si era tolto la veste apposta. “Amore mio, rimani con me, non è niente, starai bene, vedrai che il medico di corte ti aiuterà”. “Tesoro tieni gli occhi aperti, fallo per me, Melodia, ti supplico rimani sveglia per me, solo per me”. “So…no .s-t..anca” ripeteva la ragazza, ormai donna. Il capo dei visigoti sfruttò quel momento di debolezza per infilzare il pugnale alla schiena del re. Augustolo rimase fermo, e cadde a terra, tenendo sempre per mano la sua Regina.
Come avevano giurato rimasero fino alla morte insieme, ma quello che i due ragazzi non sapevano era il continuo raccontare della loro storia, in cui hanno fronteggiato pericoli su pericoli, una storia d’amore, d’imprevisti e di conseguenze.

Il racconto di Alice Naldoni:
18 Agosto 410 D.c. I Visigoti entrarono in Italia. Io mi trovavo a Roma, era una semplice ma allo stesso tempo turbolenta giornata tipica, passeggiavo tra le vie di questa maestosa città, finché i miei occhi si bloccarono alla presenza di una ragazza misteriosa, pareva avere circa 17 anni e aveva un cappuccio che le copriva la fronte e in parte il viso, aveva degli occhi grigi e intuii avesse capelli marroni cioccolato. Una veste completamente nera la ricopriva fino alle ginocchia. La scrutai in lontananza per capire se fosse qualcuno che potevo conoscere, ma poi mi avvicinai piano piano, con delicatezza, e capii che non aveva niente di famigliare. Inizialmente mi sembrava una classica pischella ma concentrai tutta la mia attenzione su di lei e sul suo volto misterioso. Sembrava proprio nuova nel quartiere. Continuava a guardare, speravo di non metterla in soggezione ma sentivo la necessità di osservarla, di capire di chi si trattasse….
Aveva un pugnale, mi allontanai con occhi spalancati dalla paura, mi vide, capì cosa io stessi pensando e mi disse di non allontanarmi spiegandomi che non aveva intenzioni maligne. Mi spiegò oltretutto che i suoi genitori erano nati qui ed erano una delle famiglie patrizie più potenti di Roma ma lei non aveva intenzione di continuare a vivere in condizioni simili (aveva tutto e poteva permettersi tutto, ma non riusciva ad apprezzare ciò che aveva, riconosceva una sorta di comportamento vizioso in lei). Quindi decise di scappare di casa sperando di trovare un luogo o un rifugio in cui potesse apprezzare realmente tutte le cose che aveva. Nei giorni seguenti continuammo ad incontrarci nelle strade di campagna, a fare delle passeggiate e a confrontarci come se fossimo amici da tanto tempo. Notai che col tempo sia io che lei iniziammo a prendere più confidenza, iniziamo a fare passeggiate quotidiane, la invitai a casa mia e lei a casa sua eccetera eccetera…
La sensazione di innamoramento che sentivo si accese sempre di più e un giorno le chiesi se voleva essere la mia fidanzata. Lei accettò ed entrambi trovammo la felicità che cercavamo. Finché il 22 Agosto dello stesso anno i Visigoti saccheggiarono la nostra città. Insieme cercammo di affrontare alcuni di loro, ma erano troppi… Vivemmo a Roma nella distruzione totale, le nostre famiglie, le nostre case, i nostri beni erano stati completamente distrutti e non ci era rimasto nulla…
Lei piangeva in continuazione, era entrata in una crisi di panico pesante. Si suicidò col suo stesso pugnale. Non mi era rimasto nulla, ero solo e avevo perso tutto quindi mi feci prendere dai Visigoti, mi misero con la faccia contro un muro di pietra e… CRACK!
Il racconto di Fantini Martina:
E’ una mattina come le altre, ho servito la prima colazione al Re e tutto stava procedendo in maniera monotona, come le classiche mattine a corte. Il re mi è sembrato particolarmente agitato questa mattina, magari a causa del litigio con la sua signora ieri sera o magari ha solo fatto un brutto sogno durante la notte. Mi ha sempre trattato con rispetto ma stamane a stento mi ha ringraziato dei miei servigi o mi ha rivolto uno sguardo. Non volendo sembrare intrusivo o ficcanaso, ho deciso di continuare a farmi gli affari miei e continuare a fare il mio lavoro. Ho sparecchiato e a rammendato la lunga tavola imbandita, poi con i miei collaboratori l’ho riapparecchiata per il pranzo. Sua Maestà è andato a prepararsi e sistemarsi con i suoi abiti migliori dato che oggi a corte si festeggia l’anniversario di matrimonio con sua moglie. Mi sono confrontato con i miei colleghi, chiedendo se anche solo avessero notato uno strano comportamento del Re. Anche loro hanno affermato di averlo notato. Come me si sono posti delle domande, ne abbiamo parlato molto durante la preparazione del grande banchetto che doveva avere luogo a breve ma senza arrivare a una conclusione certa. Questo è quanto successo nel corso della mattinata fino all’arrivo della domestica più vicina alla Regina. Ora anche lei riferisce di aver notato quello che era, ormai, diventato l’argomento di conversazione più ambito della mattinata. Ci racconta di aver addirittura sentito Sua Maestà piangere nella sua camera. La cosa le fa alquanto strano perché è sempre stato visto come un uomo forte e dal grande carattere. La Regina, al contrario, sembra estremamente spensierata, riferisce la domestica. Tra una chiacchiera e l’altra arriva l’ora di servire finalmente il pranzo agli invitati e soprattutto ai festeggiati che purtroppo in questo giorno speciale sembrano essere in una profonda crisi matrimoniale. Il banchetto sembra andare tranquillamente e si respira nell’aria una gioia e allegria che fino a prima non si percepiva per niente, ma una cosa in particolare mi lascia molto sorpreso: il Re sembra stia scambiando sguardi di sfida e odio ad un invitato come se ci fosse stato qualcosa di sospeso tra di loro. Lo “sfidante” in questione era un grande amico d’infanzia della Regina con il quale c’è sempre stato un bel rapporto di amicizia quasi.. intimo. Allora inizio a collegare i vari punti: ieri sera hanno litigato perché la regina si è assentata per molto tempo e Sua Maestà l’ha fatta seguire. La Regina stava andando a trovare il suo amico. Il Re l’avrà sicuramente accusata di tradimento e lei, sentendosi accusata da parte del marito, avrà iniziato ad agitarsi proprio perché aveva la coscienza sporca. Da qui il litigio. Durante la notte non hanno dormito insieme come facevano solitamente prima dell’anniversario, ma soprattutto una tradizione che sempre hanno rispettato era bere del vino rosso dallo stesso calice, il calice che gli era stato regalato dal padre del Re come regalo di nozze. Il banchetto finisce qualche ora dopo ma solo la regina resta nella sala delle cerimonie a trattenere gli invitati. Del Re non c’è ombra e neanche dell’amico della Regina. La situazione mi fa preoccupare e avviso i miei colleghi di ciò che ho scoperto, decidiamo poi di andare alla ricerca del Re ma niente. Allora ci dirigiamo in cucina a parlare anche con le domestiche e le cuoche. Una lavapiatti dice tra le stoviglie sporche non c’è il calice dei Sudditi. Corro in giardino sapendo già cosa stesse succedendo ma… arrivo troppo tardi. La scena che vedo mi fa gelare il sangue e non è stato solo il mio a gelarsi: vedo steso a terra e sanguinante l’amico della Regina e lì in piedi Sua Maestà con il calice in mano, sporco di sangue. Non faccio in tempo a rientrare che sono subito raggiunto dalla Regina in lacrime davanti a quella scena macabra e inaspettata.
Il racconto di Andrea Bariani:
Aldobrando nacque il 12 dicembre da famiglia contadina, per il primo periodo della sua vita condusse una normalissima infanzia degna di ogni bambino che abitasse nel regno dei Franchi: aiutava suo padre ad arare il campo, guardava sua mamma che preparava il pane, andava alle fiere con la sua famiglia e giocava col suo vicino di casa. Un giorno sua mamma andò al mercato e lì venne presa di mira da un ubriaco uomo nobile: il conte Filippo. Quest’ultimo si avvicinò a lei, la prese per i fianchi, disse qualche romanzata e poi provò a baciarla. Di conseguenza la madre si allontanò ma, al secondo tentativo, lei gli tirò uno schiaffo per poi andarsene. La sera del giorno stesso, sotto ordine del conte, la mamma di Aldobrando venne arrestata e il padre ucciso tentando di proteggere la moglie dai cavalieri. Aldobrando era rimasto da solo… Un povero orfanello, sua madre era stata mandata al rogo con l’accusa di stregoneria a nome del conte e lui si ritrovò a vivere in strada insieme ad altri ragazzini che per vivere rubavano il cibo. Lui riuscì ad uscire da questa situazione appena compiuti i 16 anni, quando trovò lavoro come fabbro e così si ristabilì nella società. La maggior parte della sua vita la passò colando ferro negli stampi e pensando a come trovare vendetta contro il conte. Pensava sempre a quando sua madre fu arsa viva e così fomentava il suo odio verso di lui fino a quando trovò l’opportunità di andare a lavorare come maggiordomo personale del conte grazie ad un amico incontrato in una bottega di nome Bernardino che faceva proprio quel lavoro lì. Aldobrando accettò subito e il primo giorno di lavoro arrivò al palazzo pulito e pettinato con vestiti eleganti prestati da Bernardino e una fialetta di veleno estratto da un po’ di bacche rosse infilato nel calzino. Appena arrivato iniziò ad agitarsi non sapendo cosa sarebbe potuto accadere se avesse visto il conte, ad ogni mondo entrò nel palazzo e subito un altro maggiordomo, vecchio e aspro, gli diede ordini: “Vai a fare il letto del conte, poi apparecchia la tavola per la colazione!”, disse. Dopo aver fatto il letto, entrò nella sala da pranzo. Il conte era lì seduto che parlava con la sua famiglia, lui si avvicinò col carrello con tutto l’occorrente per fare la tavola ed iniziò ad apparecchiarla, quando si avvicinò al conte per mettere il suo piatto gli sobbalzò il cuore, aveva paura che il conte potesse riconoscerlo ma così non fu. Finì di apparecchiare per poi mettersi in piedi lì davanti al conte e a tutta la sua famiglia aspettando ordini da parte di qualcuno insieme ad altri due maggiordomi. La colazione sarebbe stata pronta nel giro di un quarto d’ora. Il conte ordinò a tutti di servirgli la colazione. Loro andarono in cucina, Aldobrando prese il vassoio con le tazze del tè, erano 3 e in 2. Senza farsi vedere, mise il veleno per poi mettersi la fialetta. Voleva uccidere il conte e anche sua moglie mentre per il figlio del conte ebbe pietà. Aldobrando stava per servire il tè, era quasi uscito dalla porta quando il cuoco li chiamò per poi dirgli che le marmellate erano nell’altra stanza e consigliò di andarle a prendere in modo da fare solo un giro. Aldobrando appoggiò il vassoio su uno scaffale lì vicino e andò nell’altra stanza. Mentre era lì rideva pensando all’immagine del nobile conte morto, non sapeva che il tè era stato servito da un altro maggiordomo. Quando tornò in cucina, non trovando il tè, chiese al cuoco dove fosse finito e fu lì che ricevette la notizia. Deglutì e iniziò a pregare dentro di sé che la tazzina del conte fosse una di quelle avvelenate, andò in sala da pranzo, servì la marmellata e poi si mise lì in piedi con le mani in mano e aspettò spaventato che il suo veleno iniziasse a fare effetto. Il veleno che Aldobrando mise nel tè era abbastanza veloce da agire in una quindicina di minuti. Presto si sarebbe scoperto chi aveva bevuto il veleno. Aldobrando ebbe un nodo alla gola, fino a che il bambino e la moglie morirono vomitando e collassando nel loro vomito. Il conte si mise ad urlare e Aldobrando face una faccia stupita per fare sembrare di non essere stato lui. Era felice di vedere il conte piangere sul corpo della moglie ma allo stesso tempo era amareggiato di non essere riuscito ad ucciderlo. I maggiordomi furono i primi ad essere presi e scaraventati a terra dalle guardie. Una guardia perquisì Aldobrando e trovando la fialetta in tasca si arrivò ad un colpevole. Lui si sentiva veramente stupido ad essersi rimesso la fialetta in tasca e fu così che Aldobrando venne decapitato, sapendo di non essere riuscito a compiere la sua missione.

Il racconto di Lentini Mattia:
Siamo nel 410 d.C., il sole picchia sulle teste della gente, è così da una settimana. La famiglia De Santis, famiglia aristocratica, se la spassa insieme ad altri ricchi nella piscina più bella di tutta Roma. Tutti sono felici tranne Isabella, una ragazza di 17 anni, magra, capelli rossi, occhi chiari sull’azzurro. Dice cose tipo “che non vuole stare insieme alle persone noiose e anziane di questo posto” oppure “sono l’unica che non sta con i propri amici”. I suoi compagni sono tutti di fascia medio- bassa(di patrimonio s’intende), e lei si sente fuori posto perché non è come loro.
“Hai una bella faccia tosta a lamentarti della tua bella vita!”, disse Giacomo, il ragazzo più grande. Antonino però la difese e disse che non era colpa sua. Antonino è un ragazzo studioso che passa la sua intera vita sui libri e a mangiare carbonara fatta da sua madre. “Grazie Antonino, sì purtroppo non ci posso fare niente, i miei genitori si offendono se li lascio lì da soli insieme ad Ignazio (signore di novant’anni che soffre di Alzheimer).” Disse Isabella. “Sarà” ribatte Giacomo. Isabella è sempre andata matta per Giacomo, però si è vergognata di dirlo e non lo sa nessuno. Si fa sera e i ragazzi escono. Ad un certo punto si imbattono su un gruppo di ladri, che fanno razzie per la città. “Dateci tutto quello che avete sennò vi uccidiamo!”. I ragazzi tirano fuori il portafoglio, hanno tutti tantissimi soldi tranne Giacomo. Quindi i furfanti lo pugnalano alla gamba, dissanguandolo gravemente. Ma Isabella tira fuori il Pugnale regalato da suo zio Gian Giuseppe e buca tutti i ladri. Isabella conosce benissimo le arti marziali, grazie all’allenamento dell’altro suo zio Gianfranco. I ladri spaventati da tale bravura se ne scappano. Fu così che Giacomo si innamorò di Isabella per il suo coraggio, e vissero tutti e due felici e contenti.