
Come ci saremmo comportati se fossimo stati inviati dall’Impero romano a cena da Attila, in qualità di ambasciatori/trici, per convincerlo a non attaccare l’Italia? Quali argomentazioni avremmo usato? Che tipo di atteggiamento avremmo assunto, minaccioso o conciliante? La 2Tuaf si è assunta questo compito ingrato e questi sono i resoconti dell’esperienza fatta nell’accampamento degli Unni, a cena con Attila…
L’esperienza dell’ambasciatore Bariani Andrea:
Arrivai in un campo di addestramento poco fuori Ravenna, dopo tre giorni insonni di cavallo. All’entrata mi accolsero un paio di ufficiali che mi direzionarono verso la tenda dove si sarebbe tenuto il banchetto. Una volta entrato mi sobbalzò il cuore per la paura, non sapendo chi mi sarei trovato davanti, ma Attila non era ancora arrivato. Mi accomodai e mi versai un pochino di vino per sciogliermi la lingua. Aspettai quella che mi sembrava un’eternità lì, da solo, col cuore in gola, fino a che non iniziai a sentire un brusio seguito da un urlo: “Attila è qui!”. Sentii i cancelli del campo aprirsi e, quando entrarono i cavalli, il mio cuore batté come mai prima d’ora, il brusio cessò e subito dopo Attila entrò nella tenda. È così che me lo ritrovai davanti. Era alto, con gli occhi a mandorla, aveva una barba lunga e poco curata e indossava vestiti stracci: aveva una camicia in lana ingiallita, una mantella di cervo bucata qua e là e in testa aveva un colbacco marroncino. Dopo avermi squadrato si sedette nel posto dinanzi a me e iniziò a divorare il tacchino, io feci un respiro profondo, presi il calice e bevvi il resto del vino come se fosse stato il mio ultimo sorso. Subito dopo presi coraggio e iniziai a confrontarmi con lui.
Cominciai provando ad intimorirlo dicendo: “Sai contro cosa stai andando? Siamo il più grande impero al mondo e se pensi di riuscire a distruggerci, beh, sei un folle che va incontro alla sua morte”.
Lui lasciò cadere il tacchino sul tavolo, accennò un sorrisetto, alzò lo sguardo e disse: “Fare pazzie è ciò che mi riesce meglio, anzi, pensare di attaccare un impero in rovina non la considererei minimamente una pazzia guardando cos’è successo coi Visigoti”.
Io pensai a come un buzzurro del genere si permettesse di insultare l’Impero Romano e d’istinto risposi: “Voi stupidi barbari pensate sempre di riuscire a distruggerci ma non vi rendete mai conto che siete solo un altro pesce nell’oceano, sai quanti come voi ha schiacciato il mio impero? Non pensare di essere l’eccezione perché sappiamo entrambi come finirà”.
I suoi occhi si accesero, sguainò la spada e saltò sul tavolo, subito dopo urlò: “Tu non sai che io conosco tutte le vostre strategie di guerra da quando sono ragazzino? Avete fatto fesso mio padre una volta e ciò non ricapiterà, te lo assicuro!!!”.
Io mi alzai in piedi e dissi: “Tu conosci vecchie tecniche obsolete, il nostro esercito è in continua evoluzione, se sei così al corrente delle nostre strategie come spieghi la tua disfatta in Gallia? Questa tua ipotetica vittoria è solo una lontana fantasia e rimarrà tale, sono 2000 anni che sculacciamo barbari come te, abbiamo messo a tacere i greci! Come speri di riuscire tu, un buzzurro senza sandali, di riuscire anche solo a scalfirci?”. Dopo questa mia affermazione la sua spada finì sul mio collo, fece un brontolio con la bocca e scese dal tavolo, subito dopo urlò: “Io vi distruggerò quanto è vero iddio!!!”. Mi tolse la spada dal collo, prese il vino e se ne andò via. Deglutii sapendo che ciò che diceva era vero. Ho fallito la mia missione, ora sarà compito dell’esercito fermarlo.
L’esperienza dell’ambasciatrice Khalati Malak:
Era la prima volta che vedevo Attila da così vicino insieme alla sua tribù, gli Unni. A colpo d’occhio sembravano normali individui, cercai di aguzzare la vista per verificare se le voci sul loro conto erano vere, tuttavia non mi risultava di vederne nessuno brutto o curvo, anzi erano alti, dritti e robusti. In quel momento di analisi, Attila cominciò ad avvicinarsi al tavolo con uno sguardo un po’ scettico. Nonostante il loro aspetto intimidatorio non abbassarono la guardia, d’altronde come biasimarli, tutti reagirebbero così di fronte a un nemico. Una volta seduti a tavola entrò un coppiere e porse ad Attila un boccale di vino e, dopo un paio di minuti, vidi che il momento di tensione che si era creato iniziò a placarsi. Nonostante gli occhi diffidenti che avevo addosso, presi fiato e mi feci avanti:
– Signor Attila, è un onore stare a tavola qui con lei, non sono uno che se la perde in chiacchiere, quindi andrò dritto al punto…
– Signor Ambasciatore, ammiro molto la sua fiducia, non molti hanno il coraggio di farsi avanti come ha fatto lei, dica pure.
– Penso che possa già immaginare gli argomenti di cui vorrei discutere: presumo che lei abbia presente la situazione dell’impero romano, sembra che siamo in un momento di crisi a causa dell’insediamento dei Visigoti. Tuttavia questo non ci ha toccati minimamente. Lo sottolineo perché so che lei sta già pensando di attaccarci.
– Vedo che è molto perspicace, ma si è dimenticato una cosa. Io sono Attila.
– Sono a conoscenza di chi sia lei, altrimenti non mi troverei qui a tavola con lei
– Allora vedo che prima di arrivare qui non le hanno raccontato la mia storia: da bambino sono stato preso ostaggio dai romani per un lungo periodo di tempo, sono cresciuto in un ambiente di conflitti e competizioni. Avete tolto la vita a mio padre e la mia sete di vendetta cresce da allora, così come il mio odio verso voi romani… Non voglio assecondarvi in nessun modo. Ho un’opportunità per schiacciarvi e voglio sfruttarla. Darò vita al mio impero dove gli unni comanderanno su tutti e i
romani saranno solo un brutto ricordo.
– Non pensavo che Attila avesse ancora dei sentimenti verso suo padre. Le voglio dare un’ultima possibilità, se lei deciderà di non attaccare il villaggio potremmo darle in cambio soldi e un po’ della nostra terra, dove potrete creare un vostro insediamento.
– Credo che lei non abbia compreso: io, Attila, metterò fine alla sua vita come segno di guerra verso voi romani.
– Signor Attila non credo di aver sen-
Quelle furono le mie ultime parole, il mio ultimo pensiero fu il fallimento del mio primo e ultimo compito da Ambasciatore romano.

L’esperienza dell’ambasciatore Lucio (aka Francesca Zofia Lisci):
Ad uno dei banchetti di Attila, re degli Unni, un Romano incosciente ma anche coraggioso cerca di fermare i saccheggi a Roma.
Quel romano ero io. Ero alla sua sinistra, come quasi tutti.
Veramente pochi avevano avuto l’onore di essere così importanti.
In quel momento ero lì per caso, fui condannato al mio tenebroso destino a causa di quella tanto sconsiderata estrazione.
Il mio ruolo era chiaro: bastava convincere Attila e preferibilmente non farsi uccidere.
Ricordo che mi sudavano le mani dall’ansia originata da quegli occhi tenebrosi, dalla mascella serrata che gli dava quello sguardo da duro, un sguardo consapevole di avere un’anima rotta e dannata. La cognizione di essere superiore veniva affermata dalla sua freddezza e dal suo comportamento imprevedibile, ed era proprio quest’ultimo che faceva tremare tutti.
Iniziai a parlare senza chiedere il permesso.
– Lei è stato il primo ad avere subito dei soprusi, però questa vendetta non la porterà a ottenere nulla
– In che senso, insulso Romano?
– Nel senso che sappiamo tutti e due, insulso Barbaro – iniziai fissando i suoi occhi spalancati a mo ‘di sfida – che se continua ad attuare il suo piano, sì, sarà temuto, ma cosa le fa pensare che non ci saranno ribellioni? Cosa le fa pensare che nessuno proverà a fare le sue stesse azioni, ma contro di lei?
Mi fermai cercando di avere un cenno di approvazione da parte sua, non emise un suono, allora continuai.
– Perché, lei re, non sceglie di allearsi con l’impero Romano? L’impero Romano, uno degli imperi più importanti in questi tempi, il più forte, il più strategico. Impero che si è sempre alzato anche dopo le disgrazie. Cosa succederà proprio al suo popolo, quando questi saccheggi smetteranno perché non ci saranno più risorse? Vuole per caso fare cadere in rovina il suo presunto Impero? Quindi, Attila, è vero, un Re deve esercitare un’aura di potere e di terrore, questo però non vuol dire che tutti accetteranno di stare sotto il suo dominio. Ha ragione, lei Re, a dire che Roma ha fatto molti errori, chi non li fa, ma questo non vuol dire che non ci sia altra soluzione.
– Maestà, come può dare retta ad un insulso Romano…?
Non finì la frase che Attila lanciò un coltello verso il suo petto.
– Odio chi interrompe, continui pure Signor …..???
– Lucio, vostra maestà!
– Signor Lucio continui con il suo discorso.
– Certo, stavo dicendo, prima di questa insensata interruzione – vidi il re sogghignare – Roma è un impero forte che si rialza per volontà e che con un solo cenno riesce a raggruppare tutti gli eserciti al suo cospetto per distruggere il nemico quando meno se lo aspetta. Quindi, cosa ne pensa? Ha trovato una soluzione per evitare il peggio?
– Dovrò pensarci attentamente.
In quel momento rilasciai un respiro che mai nella mia vita avevo trattenuto così a lungo.
L’esperienza dell’ambasciatrice Elezi Aurora:
A capo del tavolo sedeva Attila, un uomo di mezza età, alto e robusto, con uno sguardo maligno e spietato. Di fianco a lui sedevano coloro che lui reputava importanti. Dalla parte opposta sedeva l’Ambasciatore Romano che, in attesa del silenzio adeguato per aprire la questione romana, si ingozzava del buon cibo e del discreto vino posato sul banchetto. Attila era un uomo onorevole e voleva marcare la sua superiorità davanti all’Ambasciatore. Si divertiva con semplicità ma allo stesso tempo con eleganza. Un uomo saggio che conosce tutte le strategie che i romani non vorrebbero lui sapesse. Ormai era calato completamente il sole, Attila si alzò in piedi, prese il suo bicchiere con all’interno qualche goccia restante di vino e con una forchetta di metallo provocò un leggero tintinnio per richiedere il silenzio da parte del suo popolo. Attila disse: “È arrivata l’ora di cedere la parola al nostro ospite e di sentire ciò che ha da riferirci riguardo ai nostri futuri piani verso l’impero Romano d’Occidente”.
L’Ambasciatore, con grande fermezza, si alzò in piedi e ringraziò i presenti per essere stato accolto così calorosamente da parte loro, nonostante la situazione instabile. Poi disse: “Essendo stato invitato in codesto banchetto, sento l’esigenza di aprire l’argomento cruciale dell’invito: il saccheggio ai danni del nostro impero”.
Le persone lì presenti iniziarono a borbottare e sghignazzare bloccando così il discorso dell’Ambasciatore. Attila li interruppe, rimproverandoli: “Prestate silenzio! Sono incuriosito da ciò che l’ambasciatore vuole riferirmi”.
Calò il silenzio.
L’ambasciatore continuò: “L’impero romano non vi minaccia, ma vi avvisa con fermezza prima di invadere il nostro territorio: siamo un popolo unito e forte. Ai vostri occhi potremmo anche sembrare deboli a causa della crisi che il nostro impero sta affrontando ma vi assicuro, che come nel III secolo, ci rialzeremo più forti di prima e non sarete in grado di affrontare la nostra forza”.
Tutti scoppiarono a ridere, pure Attila non risparmiò le risate. Poi il re Unno disse: “Lei crede che dopo essersi presentato al mio banchetto con questa fasulla dichiarazione, noi cederemo alle sue parole e non faremo ciò che abbiamo programmato di fare? Lei non conosce il mio popolo, ma in compenso io conosco molto bene i romani, quindi, nonostante le sue misere parole, io saccheggerò Roma senza pietà e nessuno potrà fermarmi.
Si alzarono tutti in piedi e iniziarono a gridare e danzare.
“La vittoria e la gloria sarà con Noi”, disse uno dei due fronti, difficile dire quale…
L’esperienza dell’ambasciatrice Ingrosso Alessia Chantal:
Arrivati davanti all’accampamento degli Unni, la cosa che mi colpì maggiormente fu che non assomigliavano quasi per niente ai racconti degli scrittori romani. Era vero che erano molto rozzi e abbastanza brutti, ma non così tanto da descriverli come degli animali. Erano tutti così tranne Attila, lui aveva un portamento e un’eleganza molto simile alla nostra. Dopo i alcuni minuti passati ad osservare i loro modi, ci accomodammo alla sinistra di Attila e subito dopo venne versato il vino e servita la prima portata di carne. Prima di poter iniziare però dovemmo aspettare la fine dei canti, durante i quali molti degli Unni presenti al tavolo e nei dintorni si emozionarono. Dopo aver finito la prima portata di carne presi coraggio e cercai di introdurre il vero motivo per il quale ci trovavamo lì: scelsi quel momento perché vidi che, dopo l’arrivo del figlio di Attila, il re Unno sembrò sciogliersi e diventare più umano.
Al che mi rivolsi direttamente ad Attila e dissi “Attila il cibo è delizioso, ma lei sa meglio di me il perché oggi siamo qui, quindi perché non ne parliamo?”.
E lui rispose “Sono contento che il cibo sia di vostro gradimento, io sono tutto orecchie, sono pronto ad ascoltare ciò che avete da dirmi”.
“D’accordo, ma prima vorrei darvi un regalo che abbiamo portato direttamente da Roma” dissi e Giulio, il secondo ambasciatore che mi aveva accompagnato, porse ad ognuno degli Unni presenti al tavolo un cesto fatto a mano con all’interno uno dei vini più buoni che possedevamo e un sacchetto con all’interno denaro e oro. “Ora vorrei dirle che, come penso sappiate, anche se l’Impero ora è in crisi a causa dei Visigoti e dei saccheggiamenti avvenuti recentemente, è pur sempre l’Impero Romano e prima di questa ha avuto altre crisi. Abbiamo superato momenti peggiori e alla fine di questi Roma è diventata solamente più forte di prima. Noi sappiamo che voi siete abbastanza forti, ed è per questo che noi potremmo aiutarci a vicenda trovando un accordo per poter coesistere civilmente senza causare altre morti, da entrambe le parti. Concludo dicendole che, difatti, quello che le sto chiedendo è di cessare i saccheggi che si sono verificati negli ultimi giorni nell’Impero e di trovare un accordo perché credo che una guerra non faccia bene a nessuno dei due”. Cercai di essere il più coinvolgente possibile, infatti durante il mio discorso sono riuscito ad intravedere che il volto di Attila iniziava a rilassarsi e lui iniziava a convincersi che ciò che gli proponevo poteva essere un bene per entrambi.
“Lei cosa potrebbe offrire adesso a me e alla mia gente?”, mi chiese dopo qualche secondo di tentennamento.
Io lo guardai e dissi: “Potrei darle dei nuovi tessuti o pellicce di animali per creare nuovi vestiti oppure dell’oro, argento o qualsiasi minerale vogliate, potete chiedere ciò che volete e lo porteremo il più presto possibile”.
Lui guardò i componenti del tavolo che annuivano estasiati, e lui rispose: “D’accordo, ci vedremo nuovamente per stabilire meglio gli accordi, perciò dirò a tutti i miei soldati di ritirarsi, per ora”.
A quel punto sia io che Giulio ci alzammo e stringemmo la mano di Attila in segno di rispetto e gratitudine, sapevamo che se non fossimo riusciti a raggiungere un accordo oggi, sarebbe stato molto difficile per l’Impero.
Fatto ciò Giulio e io tornammo a Roma per dare la buona notizia all’imperatore e al popolo.

L’esperienza dell’ambasciatore Lentini Mattia:
Era tardi ormai, le persone tutte riunite mangiavano e si ubriacavano ridendo e scherzando. Se non fosse stato per quella nuvola di terrore che incombeva sulla zucca di Attila. Era lì che bisbigliava nelle orecchie dei suoi soldati. Non si poteva neanche leggere il labiale dato che teneva la mano davanti alla bocca. Sì, a vederlo sembra innocente ma nessuno si poteva aspettare quello che avrebbe potuto fare. Di fronte a lui sedeva un ragazzo, si direbbe romano, che cercava di rompere il ghiaccio facendo battute squallide alla quali rideva solo lui. Attila era però impassibile, ogni battuta sembrava lo innervosisse, lo facesse arrabbiare, quindi decisi di entrare in scena io.
“Salve sono un ambasciatore di Roma, Mattia Lentini quarto, discendo da un’antica generazione di ambasciatori, sai, ambasciatore non porta pena”, la sua faccia si ingrugnì tutta, era meglio non fare questa battuta.
Attila rispose: “Ah sì, mi ricordo dei Lentini, suo padre, Osvaldo, brava persona era, è ancora in vita?” Io risposi: ”Certo, abita laggiù, in fondo la via ‘ndò sta la casa de riposo”.
Stavo iniziando a creare un clima di pace, cercavo di tirare fuori informazioni sulle sue intenzioni, facendo finta di essere uno stolto. Mi disse che non aveva intenzioni maligne, ma non gli credetti, infatti cercai di creare ancora un po’ di intesa. Sapevo che aveva già saccheggiato alcune città in Italia ma ancora non Roma.
“Siamo disposti a pagarvi, se non saccheggierete Roma” continuai “come sai, per ora è un momento di crisi per noi, le attività non fruttano più come fruttavano una volta, quindi non ci sarebbe neanche tanto guadagno per voi.”
Si immobilizzò, mi guardò con uno sguardo di fuoco e mi accompagnò dietro un muro tirandomi per l’orecchio senza farsi notare e mi disse: ”Tu non hai capito con chi hai a che fare, Io sono Attila, capo degli Unni, non ho paura della morte, ho attraversato l’Europa per arrivare qua senza sapere che eravate in fallimento” si mise a ridacchiare e continuò: “Noi proprio per questo siamo qui, sfruttiamo la vostra crisi per colpirvi. Questo banchetto non vi servirà a farmi cambiare idea, tanto meno le tue stupide idiozie.”
Poi tornò a posto e sorrise guardandosi intorno.
Mentre tornavo al tavolo mi presero due guerrieri Unni e mi portarono sul ponte.
Mi lanciarono di sotto e mi risvegliai a chilometri di distanza.
In lontananza vedevo fumo e incendi ovunque, decisi quindi di scapparmene via di lì, lasciando amici e parenti in quella disgrazia, nella speranza di salvarmi dall’ira di Attila.
L’esperienza dell’ambasciatrice Fiore Diletta:
Eravamo tutti seduti a tavola che era apparecchiata ma spoglia di pietanze, ad aspettare che arrivasse il loro comandante, il temuto Attila. Potevo percepite la tensione nell’aria, che veniva spezzata dalle chiacchiere, fino al momento in cui si sentii dei passi pesanti avvicinarsi. Non erano passi svelti, ma lenti, decisi e consapevoli del potere e delle paura che portano con sé. Finalmente lo vidi entrare, con lo sguardo alto e fiero. Si sedette a tavola, tutto era pronto: i coppieri entrarono nella sala, per prima cosa porsero un boccale di vino ad Attila e successivamente, ma solo dopo ciò, portarono il cibo e lo posero sul tavolo. Attila si scolò il vino come fosse acqua fresca, poi incominciò a mangiare. Per tutto il tempo del pasto, non emise nemmeno un grugnito. Solo una volta finito si mise a raccontare delle storie.
In quel momento capii che ero stato zitto per troppo tempo, per questo decisi di partire con il botto. Mi alzai in piedi freneticamente. Tutto si fermò. Ormai avevo gli occhi di ognuno di loro addosso, compresi i suoi, quelli di Attila.
Lo guardai e gli dissi: “Attila, ho per te un accordo”. Gli uditori, che nel mentre banchettavano, spalancarono gli occhi, non se lo aspettavano, credevano che avrei minacciato Attila e il suo popolo, ma non fu così. Egli si alzò a sua volta e disse: “Sentiamo romano, che cosa vorresti proporre?”. “Che voi ve ne andiate, con un degno compenso”, risposi io. Lui ribatté: “Secondo te, io, conosciuto e rispettato comandante, cedo un luogo a te? Devi essere impazzito”. Io continuai a cercare di convincerlo con: “Parliamoci da uomini, da comandanti, e vediamo i fatti. Voi siete molti, e di conseguenza necessitate di molte cose, cose che noi romani non abbiamo al momento, quindi perché continuare?”. Lui non sentì ragioni, così decisi di cambiare strategia: “Che ne dite di porre una pace, una convivenza tra popoli?”. Egli mi guardò quasi stupito, non volle farmelo notare, ma non lo seppe nascondere, così continuai: “Si, perché non facciamo così, ne trarremmo solo vantaggi, voi potrete credere in ciò in cui credete e imporre le regole che desiderate, ma a una condizione: che questo valga solo per il vostro popolo. Noi romani avremo il nostro mondo. In cambio, saremo noi a procurarvi ciò che vi spetta, a darvi il cibo di cui necessitate, non avrete più il problema degli spostamenti”. Il banchetto era ormai arrivato al termine, ma nessuno se ne volle andare: si notava dai loro occhi che la curiosità li mangiava dentro e che morivano dalla voglia di sapere come sarebbero andate a finire le cose. “Caro Romano, ti credevo più stolto di ciò che in realtà sei, noi siamo uomini e donne di guerra. Per molti anni siamo andati avanti in questa maniera ma perché siamo dei nomadi, e per vivere dobbiamo fare questo. Ora, effettivamente, le cose potrebbero cambiare. Perciò accetto romano, questo porrà il mio popolo in una posizione di vantaggio, e avremo le nostre regole, quindi domani metteremo in funzione questo metodo e avviseremo tutti del cambiamento”. Dopo aver pronunciato queste parole, Attila prese e se ne andò spavaldo e fiero. Appena uscì dalle tende i miei soldati mi applaudirono e mi ringraziarono. Avevo salvato il mio popolo, ed ora potevo pensare alla prossima mossa.

L’esperienza dell’ambasciatrice Ibraimi Jasmina:
Oggi ho avuto l’onore di vedere Attila insieme agli Unni, una popolazione che a primo impatto mi sorprende perché non sembra come la raccontano tutti: non sono brutti e curvi o rozzi, ma hanno tutte le caratteristiche di una persona umana e sono tutti belli robusti tanto quanto il loro re, Attila, il mio più grande nemico. Mentre mi avvicino sempre di più al loro tavolo noto che il loro sguardo non si stacca da me. Sono tutti molto seri.
Arrivo al tavolo ma nessuno si scomoda a salutarmi, così metto da parte l’orgoglio e dico: “Buona sera Signor Attila, aspettavo da molto questo momento e sono lieto che lei sia riuscito a concedermi questa chiacchierata”. “Buona sera anche a lei Ambasciatore”. Veniamo interrotti dal cameriere che passa a riempirci un bel calice di vino. Non perdo tempo e prendo subito parola: “Sono qui stasera con lei solo per parlare di una cosa molto importante ovvero quello che sta accadendo a Roma, che in questo momento si trova in crisi. Vorrei parlargliene perché credo che lei stia approfittando di questo nostro momento di debolezza e confusione per attaccare, nonostante gli accordi presi”. “Signor ambasciatore, non mi avete dato solo gli accordi ma anche sete di vendetta, ho un odio profondo contro voi romani a causa della morte di mio padre, sono stato tenuto ostaggio in quel periodo di grandi conflitti, quindi credo che io abbia giuste ragioni per attaccare”. “Signor Attila, le ripeto che sta sbagliando, anche se noi ci troviamo in un momento di caos e crisi
questo non vuol dire che noi non siamo pronti ad attaccare e ulteriori attacchi da parte vostra non ci abbatteranno minimamente”.
“Ambasciatore, io resto della mia idea, cioè quella di attaccare senza scrupoli come voi avete fatto con mio padre”. “Signor Attila mi scuso profondamente per quell’evento tragico. Potremmo risolvere le questioni magari donandole un territorio dove lei può far nascere un nuovo villaggio, ma questo ovviamente solo se lei non attaccherà. Se lo facesse dovremmo rispondere con le maniere forti, abbiamo il numero di soldati necessari per contrastarvi”.
L’esperienza dell’ambasciatore Carnevale Federico:
Attila continuava a rimanere impassibile durante tutto il banchetto, finché non si arrivò alle ultime pietanze, i dolci. Tutti prendevano parte a un’atmosfera giocosa e divertita, eccetto il comandante unno, fino a quando un ambasciatore romano non cominciò un discorso dal quale Attila non poteva tirarsi indietro. Il romano, come ci si poteva aspettare, richiese che i saccheggiamenti da parte del popolo unno venissero interrotti. Attila lo fissò per qualche secondo, e continuò indifferente a
consumare ciò che aveva nel piatto. Tutto d’un tratto però, si accese l’animo suo, e rispose al romano che sembrava aver perso le speranze. Egli disse che non potevano interrompere i saccheggiamenti poiché gli unni erano stati istruiti a seguire quell’ordine e oramai non si poteva tornare indietro su quanto accaduto.
L’ambasciatore ascoltò la risposta, ma non era evidentemente soddisfatto, cosicché chiese ad Attila di scambiare due parole in privato per non farsi sentire da chi li circondava. Attila fece un segno per far capire al romano che poteva accontentarlo. Finita la cena, tutti si congedarono sotto richiesta di Attila, anche i suoi più fidati. I due comandanti delle due fazioni si recarono ove nessuno poteva origliare. L’ambasciatore fece una richiesta piuttosto comune in quelle situazioni, ovvero cercò di corrompere il condottiero unno che, tutt’altro che stupido, rifiutò, facendo però una contro richiesta: avrebbe interrotto le razzie del suo popolo solo se i romani avessero assicurato alle proprie casse il 35% dei loro introiti. Al comandante romano questa offerta non piacque per nulla, ma non aveva altra scelta se voleva fermare le nefandezze che avvenivano nel suo stato. Dopo una breve riflessione, decise di accettare a malincuore quella richiesta.
L’esperienza dell’ambasciatrice Taurone Alessia:
Siamo qui oggi, a questo banchetto, perché speriamo di creare una comunicazione tra i Romani e gli Unni. Aspettiamo quindi Attila e speriamo nella complicità tra i due popoli. Anche io, in qualità di ambasciatore romano, sono qui ad attendere, tra un bicchiere e un altro, che Attila si presenti. Un freddo aggressivo circonda gli unni e noi. Iniziamo il nostro banchetto indifferenti, sorseggiando rossi vini e mangiando carni fresche. Tutto procede con una cortesia superficiale. Il mio intento è quello di calmare Attila, renderlo vulnerabile alle mie parole, che già conosce. Attila, essendo stato rapito dai romani da piccolo, ha già un’idea di come distruggere questo impero. conosce le tattiche, le strategie di guerra e non si lascia sfuggire nulla. Anche i romani però lo conoscono bene ormai, conoscono la sua voglia di estendere il proprio impero e potere.
Iniziai a parlare: “Qui si vuole essere pacifici, dunque cosa c’è di meglio di un accordo? Cosa c’è di meglio di un accordo, di poter avere un comando comune, un’alleanza porterebbe prosperità a tutti? Conosciamo le tue capacità e anche le tue imprese. Cosa c’è di meglio di ottenere la fiducia di tutti, attraverso un patto? Dunque chiedo di fermare l’idea di abbattere una popolazione pronta ad aiutarsi e aiutarvi. Per questo porto con me l’offerta di un beneficio economico: l’impero potrebbe offrire agli Unni vestiti migliori, cibi gustosi ed enorme protezione contro nemici comuni, ma soprattutto la nascita di un impero che mostrerebbe anche le tue capacità”.
L’esperienza dell’ambasciatrice Tampieri Franscesca:
Essendo ambasciatore romano, avevo il compito di convincere Attila a non saccheggiare l’Italia. Sin da subitofui molto molto scettico a proposito di questa decisione, essendo Attila un uomo duro e riservato. Arrivai al banchetto accompagnato dai miei collaboratori, ci accolsero con molta allegria e gentilezza. Ci sedemmo vicino ad Attila, ovviamente alla sua sinistra rispettando i posti, e da lì si iniziò a mangiare. Attila non si lasciava andare né parole a né a gesti a parole. A quel punto mi demoralizzai, vedendo che non era ben disposto a dialogare. Tuttavia provai ugualmente a parlargli. Sapevo che se non fossi riuscito a convincerlo a non attaccare avrei messo in pericolo tutti i cittadini, romani e non. Attila troncava tutte le mie proposte, ero avvilito e preoccupato ma non mi arresi. Da bravo ambasciatore non arrivai al banchetto a mani vuote, perciò offrii loro doni e oro come tributo. Sfruttai questo momento di stupore e gratitudine per dirgli che era evidente che il suo esercito fosse stanco e debole dopo mesi di guerra. Inoltre la malaria si era accanita su di loro ,e attaccare una grande potenza come Roma gli sarebbe costato la salute del suo esercito. Accettò i doni e fu disposto a ritirare le sue truppe.
L’esperienza dell’ambasciatrice Salimbeni Ilaria:
Quella mattina mi recai, come richiesto, presso il campo degli Unni per parlare con il loro re, Attila. Dissi: “Caro signor Attila, sono un ambasciatore romano e ho qualche proposta da farle. Intanto inizio col dire che in questo momento l’impero romano è in una situazione molto delicata, a causa dei saccheggi attuati dai Visigoti e della pressione esercitata dal vostro popolo. Tuttavia, come lei soprattutto ben sa, essendo stato nostro ostaggio in giovane età, il nostro impero è sempre stato il più sviluppato e forte, quindi non avremo problemi a riprenderci e vendicarci del male causato da voi e da altri. Se non volete che questo accada vi consiglio di accettare una tregua e di allearci, invece che continuare i conflitti che le assicuro che in futuro andranno a nuocere ad entrambi. Così da poter costruire un futuro prospero per entrambi i nostri popoli, sfruttando le risorse di entrambi i territori. Come segno del nostro impegno verso un futuro pacifico, sono disposto ad offrirvi in sposa mia figlia, per avere un legame più stretto. Considerando che il vostro popolo è un popolo nomade, vi propongo di stabilire un commercio sicuro che garantisca un libero scambio di merci tra i nostri imperi. Questo continuo scambio e il nostro patto potrebbero portare benefici tangibili ad entrambi i nostri popoli, così da incrementare la crescita economica e lo sviluppo sociale delle nostre comunità. Come ben ricorda c’era già stato un periodo di tregua tra i nostri popoli, quando a guidare il suo regno era su padre ed è stato un periodo di prosperità e pace, quindi le consiglio di considerare la mia proposta di pace e collaborazione tra Romani e Unni, se non sarà così le assicuro che, quando il mio impero si riprenderà, la vostra popolazione sarà la prima ad essere distrutta, quindi ci faccia una dormita sopra e prenda una buona scelta”.
L’esperienza di Odion Bright:
Nel lontano 410 d.C. i Visigoti hanno saccheggiato Roma e nel 450 d.C. gli Unni tornano all’attacco guidati da Attila, un temibile e spietato condottiero che da piccolo fu prigioniero dei romani perché era il figlio del Re degl’Unni. Essendo stato loro prigioniero per anni, poco a poco iniziò ad apprendere: la lingua, la cultura e gli schemi di guerra. Per questo era considerato temibile da parte dei romani. Quando fu liberato fece subito ritorno dalla sua gente, rivendicò il trono in modo da prendere il controllo dell’impero e condurli a Roma in modo tale da avere la sua vendetta. Una volta arrivato iniziò anche lui a saccheggiare e depredare Roma senza freno portando alla disperazione Roma, tanto che l’Impero fu costretto ad organizzare una cena cercando di raggiungere un accordo.
Il 30 giugno del 450 d.C. il Senato manda un emissario per invitare il comandante degli Unni, Attila, ad una cena. Lo scopo dell’incontro è convincere gli Unni a tornare a casa. Colpo di scena: l’emissario torna a Roma sano e salvo con una scioccante notizia… Attila ha accettato. Nel Senato tutti urlano per la gioia, speranzosi di avere una possibilità di scacciare gli Unni. Arriva il tanto atteso giorno, quello della cena con Attila. Quella sera Attila si reca all’incontro con circa 30 uomini, mentre il Senato invia un comandante assieme a circa 2/3 dei suoi uomini, più un referente del senato. Si siedono tutti a tavola ed iniziano i negozianti.
– Ref. romano: “Saluti mio Re”.
– Attila: “Salute a te”.
– Ref. romano: “Il senato ha organizzato questa cena al solo scopo di concordare un accordo con lei, mio Re”.
– Attila: “Di che si tratta?”.
– Ref. romano: “Siamo pronti ad offrirle la Gallia, 1000 monete d’oro, più un’intera flotta romani con le migliori navi dell’impero”.
– Attila: “Ed in cambio cosa volete?”.
– Ref. romano: “Vorremmo che la smetteste subito di razziare le città romane e che lasciate l’Impero romano non appena vi sarà recapitato la ricompensa”.
– Attila: “Nient’altro?”, chiede Attila ridendo.
– Ref. romano: “No nient’altro”, risponde balbettando impaurito il referente del Senato.
– Attila: “Beh è un’offerta molto allettante”.
– Ref. romano: “Quindi accetterete?”, chiede con un sorriso.
– Attila: “HAAHAHAHA non accetterò, preferisco la vendetta” risponde.
– Ref. romano: “Ma perché? E’ un’offerta più che generosa”, risponde il povero referente.
– Attila: “Non mi interessa la ricompensa, preferisco vendicarmi per ciò che fecero a me e a mio padre“.
Dopo queste parole il referente capisce che si tratta di una trappola e, nel momento in cui cerco di avvertire il comandante romano, Attila fa un gesto con la mano. Entra il resto degli uomini che era rimasto nascosto e uccidono il comandante. I soldati lasciano in vita solo il referente perché porti un messaggio al Senato.
– Attila: “Riferisci al Senato che non accetto e che vi stermineremo tutti”.
Dopo aver sentito queste parole il referente scappa di corsa cercando di non morire prima di essere tornato a Roma ed aver riferito il messaggio.